Si sarebbero dovuti ricredere tutti. Si sarebbero rimangiati quei commenti cattivi. In verità, i suoi compagni erano soltanto invidiosi della sua fortuna ed avrebbero voluto essere al suo posto.
Specialmente in quella giornata, carica di promesse favolose. Non che all’inizio non avesse avuto dei dubbi pure lui. Aveva tredici anni e non era scemo! Conosceva i rischi di certi incontri. Ma ora, era sicuro di potersi fidare. E poi con lui c’erano sempre suo fratello ed Alessio. Era stato proprio quel signore, così distinto e perbene, a consigliargli di non andare da solo. Se fosse stato un malintenzionato – come quei pedofili di cui parlano al tiggì – avrebbe sicuramente evitato di avere dei testimoni.
Il primo incontro avvenne tre settimane prima. Mattia era uscito da scuola e stava tornando a casa. Vide quell’auto – un sogno impossibile – arrivare da lontano e fermarsi accanto a lui. La guidava un uomo sulla cinquantina, con i capelli brizzolati e gli occhi azzurri che risaltavano nel viso abbronzato. L’uomo abbassò il finestrino e gli domandò, sorridendo: “Ti piacerebbe fare un giro sulla mia macchina?”. “Un giro per fare cosa?” rispose, tenendosi a debita distanza. “Così, per parlare. Magari andiamo a prendere un gelato oppure da bere.” Mattia fissò quell’uomo in silenzio, convinto che lo prendesse per scemo. “So a cosa pensi. Ma non voglio nuocerti. Ti spiegherò meglio, se accetterai. Anzi, porta qualche amico. Non potrei sicuramente farti del male, se non sarai solo.” Mattia si sentì più sollevato, ma non voleva cedere subito. “Se tornerà domani, le farò sapere”. L’uomo annuì e aggiunse: “Qualunque decisione prenderai, per me andrà bene. Tuttavia, sarebbe meglio che non ne parlassi agli adulti. Sai, faticano a comprendere questi rapporti. I tuoi genitori, inoltre, si arrabbierebbero perché ti sottraggo allo studio.” Poi, se ne andò. A casa, Mattia ne discusse con suo fratello ed il suo migliore amico e decisero di provare.
Quanto erano stati bene. Quell’uomo, così distinto ed elegante, ogni giorno veniva a prenderli a scuola. Li portava in gelateria, in pasticceria, a passeggiare nei parchi, oppure a fare un giro in auto. Poi li riaccompagnava e se ne andava. Aveva perduto il suo unico figlio, questa era la storia, a causa di un male inguaribile. Sua moglie era esaurita ed egli, per riprendersi, aveva pensato di frequentare dei coetanei di suo figlio. Non voleva dei sostituti ma la loro compagnia, forse, poteva alleviare quell’immenso dolore.
Finché, un giorno, propose: “Pensate a cosa vi piacerebbe vedere, domani vi porto al cinema”. Mattia non credeva alle sue orecchie. Da tanto tempo non andava al cinema! Il giorno tanto atteso uscirono da scuola e trovarono l’uomo ad aspettarli: “Salite! Andiamo in quel nuovo multiplex”. Ma, dopo qualche centinaio di metri, gli squillò il cellulare. “Ok, arrivo subito” rispose, ed invertì la marcia. “Scusate ragazzi, un inconveniente. Devo passare un attimo da casa. Mia moglie ha una crisi e l’infermiera non riesce a calmarla. Mi libero in fretta, ok?” Viaggiarono per alcuni chilometri e giunsero ad una bellissima villa, immersa nel verde. I tre ragazzi si guardarono, esclamando “Wow!”.
“Entrate e mettetevi comodi. Vi faccio portare qualcosa da bere. Mi occupo di mia moglie e torno subito, va bene?” e rivolse loro un sorriso smagliante. Entrarono in un salone spazioso ed arredato con mobili antichi. Stupendi arazzi ornavano le pareti ed un imponente lampadario in cristallo dominava dall’alto. Sedettero su un divano, guardandosi attorno. Erano estasiati. Ai loro occhi quella casa era un castello incantato. Peccato per quello strano odore! Mattia l’aveva percepito appena entrato. Una zaffata di qualcosa di indefinibile. Gli ricordava l’ospedale. Ma certo! La moglie del signore distinto era ammalata. Sicuramente la curavano con farmaci ed usavano dei disinfettanti. Ecco il motivo della puzza.
Entrò nella stanza una giovane donna, vestita di bianco. Doveva essere l’infermiera che si occupava della signora. Reggeva un vassoio sul quale erano posati tre grossi bicchieri. “Vi ho portato della spremuta d’arancia. Avrete molta sete!”. Bevvero avidamente quella bevanda fresca e zuccherata. Un vero rosolio, una delizia per il palato.
A Mattia sembrava che fosse trascorso un sacco di tempo. Si sentiva stanco ed intontito e pareva che anche i suoi compagni lo fossero. Avevano lo sguardo spento e fisso, e tacevano. Ad un tratto la porta si aprì ed entrò il padrone di casa. “Mattia, vieni. Devo mostrarti una cosa”. Il ragazzo si alzò faticosamente dal divano. La testa gli girava e faticava a reggersi in piedi. L’uomo si avvicinò e lo prese sottobraccio, per sorreggerlo e per aiutarlo a camminare. Percorsero un lungo corridoio, fino ad un ascensore. Entrarono e la porta si chiuse. Mattia non riusciva a rendersi conto di dove stessero andando. Salivano o scendevano? E poi, cos’era quella cosa che doveva mostrargli? Non potevano vederla tutti insieme? Perché i suoi compagni non erano con lui? L’ascensore si fermò bruscamente e la porta si aprì. Percorsero un corridoio immerso nell’oscurità ed entrarono in una stanza illuminata a giorno. A Mattia dolevano gli occhi e la testa. Al centro della stanza c’era un tavolo. Un tavolo operatorio! Comparve un uomo, vestito di verde e con una mascherina sul volto. Il ragazzo non capiva. Si rivolse ai due uomini con voce tremante: “Che volete? Cosa volete fare? Lasciatemi andare, riportatemi a casa!” Ma essi lo spogliarono e lo issarono sul tavolo, fissandogli braccia e gambe con delle cinghie. Egli non riusciva ad opporre alcuna resistenza, si sentiva tremendamente debole. L’uomo in verde si allontanò per un attimo, tornando con una siringa ed un laccio emostatico nelle mani. Il signore distinto sorrideva, beffardo: “Sei stato un ottimo investimento, mio caro. Non puoi immaginare il valore di certi organi. Hai avuto tanto in queste settimane, vero? Hai realizzato alcuni piccoli e grandi sogni, vero? Ebbene, credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.










































Aprì gli occhi con grande fatica. Le doleva la testa e si sentiva le ossa rotte. Richiuse gli occhi. In lontananza, come in un sogno, sentiva una voce che ripeteva meccanicamente la solita frase. Riconobbe un altoparlante e la voce dell’addetta del centro commerciale che avvisava la clientela dell’avvenuta apertura.




























