La Freccia Infuocata
Le parole sono i medici di una mente malata. (Eschilo)

Nov
11

Si sarebbero dovuti ricredere tutti. Si sarebbero rimangiati quei commenti cattivi. In verità, i suoi compagni erano soltanto invidiosi della sua fortuna ed avrebbero voluto essere al suo posto.

Specialmente in quella giornata, carica di promesse favolose. Non che all’inizio non avesse avuto dei dubbi pure lui. Aveva tredici anni e non era scemo! Conosceva i rischi di certi incontri. Ma ora, era sicuro di potersi fidare. E poi con lui c’erano sempre suo fratello ed Alessio. Era stato proprio quel signore, così distinto e perbene, a consigliargli di non andare da solo. Se fosse stato un malintenzionato – come quei pedofili di cui parlano al tiggì – avrebbe sicuramente evitato di avere dei testimoni.

Il primo incontro avvenne tre settimane prima. Mattia era uscito da scuola e stava tornando a casa. Vide quell’auto – un sogno impossibile – arrivare da lontano e fermarsi accanto a lui. La guidava un uomo sulla cinquantina, con i capelli brizzolati e gli occhi azzurri che risaltavano nel viso abbronzato. L’uomo abbassò il finestrino e gli domandò, sorridendo: “Ti piacerebbe fare un giro sulla mia  macchina?”. “Un giro per fare cosa?” rispose, tenendosi a debita distanza. “Così, per parlare. Magari andiamo a prendere un gelato oppure da bere.” Mattia fissò quell’uomo in silenzio, convinto che lo prendesse per scemo. “So a cosa pensi. Ma non voglio nuocerti. Ti spiegherò meglio, se accetterai. Anzi, porta qualche amico. Non potrei sicuramente farti del male, se non sarai solo.” Mattia si sentì più sollevato, ma non voleva cedere subito. “Se tornerà domani, le farò sapere”. L’uomo annuì e aggiunse: “Qualunque decisione prenderai, per me andrà bene. Tuttavia, sarebbe meglio che non ne parlassi agli adulti. Sai, faticano a comprendere questi rapporti. I tuoi genitori, inoltre, si arrabbierebbero perché ti sottraggo allo studio.” Poi, se ne andò. A casa, Mattia ne discusse con suo fratello ed il suo migliore amico e decisero di provare.

Quanto erano stati bene. Quell’uomo, così distinto ed elegante, ogni giorno veniva a prenderli a  scuola. Li portava in gelateria, in pasticceria, a passeggiare nei parchi, oppure a fare un giro in auto. Poi li riaccompagnava e se ne andava. Aveva perduto il suo unico figlio, questa era la storia, a causa di un male inguaribile. Sua moglie era esaurita ed egli, per riprendersi, aveva pensato di frequentare dei coetanei di suo figlio. Non voleva dei sostituti ma la loro compagnia, forse, poteva alleviare quell’immenso dolore.

Finché, un giorno, propose: “Pensate a cosa vi piacerebbe vedere, domani vi porto al cinema”. Mattia non credeva alle sue orecchie. Da tanto tempo non andava al cinema! Il giorno tanto atteso uscirono da scuola e trovarono l’uomo ad aspettarli: “Salite! Andiamo in quel nuovo multiplex”. Ma, dopo qualche centinaio di metri, gli squillò il cellulare. “Ok, arrivo subito” rispose, ed invertì la marcia. “Scusate ragazzi, un inconveniente. Devo passare un attimo da casa. Mia moglie ha una crisi e l’infermiera non riesce a calmarla. Mi libero in fretta, ok?” Viaggiarono per alcuni chilometri e giunsero ad una bellissima villa, immersa nel verde. I tre ragazzi si guardarono, esclamando “Wow!”.

“Entrate e mettetevi comodi. Vi faccio portare qualcosa da bere. Mi occupo di mia moglie e torno subito, va bene?” e rivolse loro un sorriso smagliante. Entrarono in un salone spazioso ed arredato con mobili antichi. Stupendi arazzi ornavano le pareti ed un imponente lampadario in cristallo dominava dall’alto. Sedettero su un divano, guardandosi attorno. Erano estasiati. Ai loro occhi quella casa era un castello incantato. Peccato per quello strano odore! Mattia l’aveva percepito appena entrato. Una zaffata di qualcosa di indefinibile. Gli ricordava l’ospedale. Ma certo! La moglie del signore distinto era ammalata. Sicuramente la curavano con farmaci ed usavano dei disinfettanti. Ecco il motivo della puzza.

Entrò nella stanza una giovane donna, vestita di bianco. Doveva essere l’infermiera che si occupava della signora. Reggeva un vassoio sul quale erano posati tre grossi bicchieri. “Vi ho portato della spremuta d’arancia. Avrete molta sete!”. Bevvero avidamente quella bevanda fresca e zuccherata. Un vero rosolio, una delizia per il palato.

A Mattia sembrava che fosse trascorso un sacco di tempo. Si sentiva stanco ed intontito e pareva che anche i suoi compagni lo fossero. Avevano lo sguardo spento e fisso, e tacevano. Ad un tratto la porta si aprì ed entrò il padrone di casa. “Mattia, vieni. Devo mostrarti una cosa”. Il ragazzo si alzò faticosamente dal divano. La testa gli girava e faticava a reggersi in piedi. L’uomo si avvicinò e lo prese sottobraccio, per sorreggerlo e per aiutarlo a camminare. Percorsero un lungo corridoio, fino ad un ascensore. Entrarono e la porta si chiuse. Mattia non riusciva a rendersi conto di dove stessero andando. Salivano o scendevano? E poi, cos’era quella cosa che doveva mostrargli? Non potevano vederla tutti insieme? Perché i suoi compagni non erano con lui? L’ascensore si fermò bruscamente e la porta si aprì. Percorsero un corridoio immerso nell’oscurità  ed entrarono in una stanza illuminata a giorno.  A Mattia dolevano gli occhi e la testa. Al centro della stanza c’era un tavolo. Un tavolo operatorio! Comparve un uomo, vestito di verde e con una mascherina sul volto. Il ragazzo non capiva. Si rivolse ai due uomini con voce tremante: “Che volete? Cosa volete fare? Lasciatemi andare, riportatemi a casa!” Ma essi lo spogliarono e lo issarono sul tavolo, fissandogli braccia e gambe con delle cinghie. Egli non riusciva ad opporre alcuna resistenza, si sentiva tremendamente debole. L’uomo in verde si allontanò per un attimo, tornando con una siringa ed un laccio emostatico nelle mani. Il signore distinto sorrideva, beffardo: “Sei stato un ottimo investimento, mio caro. Non puoi immaginare il valore di certi organi. Hai avuto tanto in queste settimane, vero? Hai realizzato alcuni piccoli e grandi sogni, vero? Ebbene, credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.

Nov
11

8f9afad3368917196548304728bd30d9_smallNorsk Elghund o cane da alce norvegese: appartiene al gruppo V -sezione II- cani nordici da caccia.

Il Norsk Elghund è una sorta di leggenda nei paesi scandinavi; razza antichissima, primitiva, a fianco dell’uomo (nel suo ceppo originario similissimo all’odierno e comune a tutti gli spitz) dagli albori delle prime civiltà stanziatisi nelle ostili regioni della Scandinavia nel periodo preistorico (in particolare nella zona dell’attuale Norvegia riconosciuta come patria ufficiale della razza), lo si ricorda a fianco dei vichinghi.
Conosciuto nelle due varietà Norsk Elghund grigio e Norsk elghund nero, differenti anche nelle altezze al garrese (52 cm per i maschi, 49 per le femmine per la varietà grigia, 47 cm e 44 cm per quella nera), pesante attorno ai 20-25 kg., mantello di pelo folto per assicurare riparo dalle intemperie.
Razza di buon carattere, socievole e docile con l’uomo, si trasforma in un cacciatore implacabile con la grossa selvaggina (soprattutto l’alce che è la sua specialità), denotando un fiuto eccezionale, resistenza ed agilità fuori dal comune, coraggio indomito. Indipendente e sensibile, il norsk elghund può essere impiegato anche quale cane da guardia ma necessita sempre di abbondante moto; non è particolarmente adatto alla funzione esclusiva di cane da compagnia perchè, pur dotato di carattere eccellente ed affidabile soffrirebbe nel non poter esercitare le sue doti di cacciatore-atleta.

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Norsk Elghund Grigio: origine, classificazione e cenni storici

Origine: Norvegia. Classificazione F.C.I.: Gruppo 5 – cani di tipo spitz e tipo primitivo.
Il Norsk Elghund (Chien d’elan norvégien – Norwegischer Elchhund) è il cane da alce norvegese. È una razza originaria della taiga, cioè delle immense foreste della Norvegia.
Sono stati ritrovati dei reperti archeologici risalenti all’Età della pietra che mostrano degli scheletri fossili di cani simili agli attuali Elghund. Questi cani accompagnarono anche i vichinghi nei loro viaggi. Nel corso dei secoli sono sempre stati impiegati per la caccia al cervo, all’alce, al lupo e al capriolo. La Federazione Cinologica Internazionale ha distinto due razze in base ad alcune caratteristiche: il Norsk Elghund nero (n. 268) ed il Norsk Elghund grigio (n. 242).L’ Elghund nero esiste solo in Norvegia, mentre il grigio è presente anche nel resto d’Europa.

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Aspetto generale

I Norsks sono spitz di taglia appena inferiore alla media; la razza nera è solitamente più leggera di quella grigia.
Possiede tronco compatto e corto.
Ha manto denso, ma non arruffato.
Possiede orecchie appuntite e coda arrotolata sul dorso.
Il suo aspetto è di un tipico cane nordico da caccia. 

Carattere

Questo cane è un cacciatore instancabile. Possiede un grande istinto predatorio. Lavora sempre a testa alta per seguire le tracce olfattive, e quando avvista la preda comincia ad abbaiare insistentemente. Questo tipo di cane è robustissimo di salute e non dà mai problemi. Può vivere benissimo sia in casa che in b563bf226aa6c8c1ac897fa6ce023388_smallgiardino. È dolce, ma poco docile. È un predatore esuberante.

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Nov
11

Beirut scorre riflessa sulla carrozzeria delle auto in corsa. Scorre frenetica e vitale. Scorre come l’acqua dei pozzi e delle sorgenti a cui si dice debba il nome. Berut. Scorre come dolce latte Laban nel bagliore indimenticabile delle montagne del Libano. Scorre e si infila nel traffico di ogni ora tra neon e lapidi memoriali, nei centri commerciali, nei fori di mitraglia, nelle case poco a poco riempite, desolazione e sfarzo, macerie. Chador colorati e statue di devozione mariana marcano i confini delle confessioni tra i palazzi, sui balconi, nei giardini, nelle nicchie tra un viadotto e i resti di un check-in, interessi e disinteresse, montagne orti e campi profughi. Palazzi lasciati a metà e poco distante locali trendy da ricca capitale dove la notte non finisce mai. Strade dello shopping impero occidente e poco distante le svolte dove non finiscono mai le preghiere. Beirut non è una città che resta indifferente al tuo arrivo. Ti accoglie di prepotenza. Ha voglia di riscatto. Ti squadra e poi ti salta al collo con la gioia di un bambino orgoglioso e ti dice guardami! Guardami! Si infila rapida nei finestrini aperti della auto calde di luce mediterranea, scivola sugli sguardi che la gente si dà superando a destra, a sinistra. Rimbalza su sportelli arrugginiti e cofani ammaccati, su furgoni assemblati con pezzi di auto diverse. Su auto civili e fuoristrada militari. Su piccoli pullmini che non hanno tempo da perdere e sfrecciano come scooter. Si specchia su cofani e sportelli lucidi di nuovi modelli fiammanti Beirut. Cabrio, optional, sedili superlusso. Sobbalza d’aria condizionata e cambi automatici. Rotola tra camicie azzurre di professionisti al lavoro e buste di negozi e confezioni, T-shirt, scarpe italiane di costose marche da esportazione, sandali aperti, sensuali ombelichi scoperti, tacchi alti, bretelline, occhiali da sole e veli griffati. Suona il clacson a ogni accelerata a ogni frenata. Suona sempre il clacson, Beirut. Con una smania di vita, una sete mai placata. Abbagliante di scritte e pubblicità, di maestosi cedri e tornanti in quota, di esperimenti architettonici d’avanguardia e palazzi plasmati dalle guerre, caffetterie, ristoranti, banche e banchi ambulanti con tutto il bendiddio: mandorle, datteri, kebab, falafel, ebbe, pistacchi, hotdog, angurie, meloni, pesce fresco, verdure animali umani e vecchi televisori. È il mondo che chiama a bordo strada. Beirut metropoli e paese. Beirut disordinata e sonora. Beirut esuberante, contraddittoria, sempre calda e sensuale, spietata e sofferente come ogni città piena di storia che per farsi ammirare, bella com’è, s’affaccia alla grande agorà salata del Mediterraneo. Ammira la tua Beirut, che ce n’è più d’una. Ascolta le sue storie a ritmo di darbuka, la sua dabkha di popolo tenace, ballata d’amore e orgoglio alla terra e alle variabili armonie.

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Nell’estate del 2006, Sofia abbandona il lavoro e l’Italia per seguire Antoine a Beirut, facendogli una sorpresa con il suo arrivo non annunciato. Antoine è libanese, di professione fotografo. Sofia lo conosce ad una festa in Italia, presso comuni amici, e comprende di esserne innamorata. Crede anche di essere ricambiata ma l’atteggiamento dell’uomo, al suo arrivo improvviso a Beirut, è scostante e poco socievole. Improvvisamente scoppia il conflitto tra Hizbollah e Israele e Sonia si trova di fronte ad una scelta: fuggire, sfruttando l’opportunità offertale dall’ambasciata italiana, oppure restare, per conoscere meglio le persone che la stanno ospitando e gli usi di quel posto magico, pieno di riti e di profumi indimenticabili.
Opterà per la prima opportunità, dovendo anche pensare all’incolumità dei suoi nuovi amici, e tornerà in Italia. Con il cuore gonfio di dolore, soprattutto perché dovrà abbandonare Khalil, il nipote di Antoine, che si è affezionato moltissimo a lei. Un bambino di soli nove anni, molto intelligente e colto e con occhi di cerbiatto.
Sarà il più grande rimpianto, per Sofia, il fatto di dover abbandonare Khalil. Per ritornare in Italia senza possedere più alcuna certezza. Conoscerà altre storie umane, altre vite, costrette a scappare da una terra che sembrava il paradiso. Ma che, ormai, è solo una delle tante succursali dell’inferno.

Ho letto questo libro d’un fiato. Il Libano è una di quelle terre di cui si sente tanto parlare nelle cronache di guerra. La descrizione che ne viene data, in questo libro, induce a pensare che fosse una perla, prima del conflitto. E ci fa soffermare su quella che è la guerra, vista da una diversa prospettiva. Quella di chi vive un’esistenza “accomodata”.

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Nov
11

È l’alba. Una tenue luce bianca filtra dalle imposte, illuminando debolmente l’interno della camera da letto. Angelica apre gli occhi e osserva i disegni formati dalle prime ombre sul soffitto. “Un’altra alba” – pensa – “un giorno nuovo”. Scende dal letto, indossando la pesante vestaglia damascata e, raggiunta la finestra, apre le imposte. Il parco, che circonda la casa, manda i primi timidi segnali di vita. Gli uccellini si radunano sui rami delle piante e nel prato, alla ricerca di cibo. Quante volte i suoi occhi hanno visto queste immagini! Le sono sfilate davanti così tante albe da averne perso il conto. Le prime sono molto lontane, perse nei ricordi più remoti. Dolorosi ricordi che non vogliono dissolversi. Dalla finestra, una folata di vento porta il fumo della legna bruciata nelle stufe. Ah, quanti pensieri tristi e bui si agitano nella sua mente, mentre le narici si imbevono di quell’odore dolciastro. Ricordi, sogni e visioni che accompagnano la sua vita.

La mente ripercorre velocemente una strada a ritroso. È come un vortice impetuoso che la trascina nelle sue spire. Si ferma all’improvviso, innanzi ad una quindicenne, che abita con la madre vedova in una casetta ai margini del bosco. Vite sopravvissute grazie a qualche capra, ad un pollaio, e ad un orticello. Una madre non più giovane, esperta di erbe e medicamenti, che fa la levatrice nel piccolo paese. Ha insegnato tutto il suo sapere alla figlia, che l’assiste nel suo mestiere. Ora, la ragazza è china in riva al torrente, ad attingere acqua. Acqua fresca e buona che scende dalla montagna. All’improvviso, rumori di passi, scalpiccio di cavalli. Grida di uomini feroci. Grida invocanti il nome di Dio. Corre, corre, deve tornare a casa. Una casa ormai vuota, devastata dalla follia omicida. La sua povera madre, incatenata e torturata, geme e grida ma non cede e non confessa. Ma le prove sono inconfutabili. “Voi avete ucciso un neonato per sacrificarlo al demonio!” “Voi coltivate e raccogliete erbe per preparare pozioni magiche!” “In casa vostra sono stati trovati un caprone ed un gallo. Negate pure questo?”. “Ammettete di essere serva del demonio. Ammettetelo, o vi uccideremo!” La prendono e la portano in riva al torrente, nel punto in cui le acque sono più profonde. La immergono nell’acqua gelida, mani e piedi legati. La ragazza non guarda per la disperazione ma, fra le lacrime, la vede inabissarsi per un momento e poi, all’improvviso, tornare su. “È una strega!” gridano tutti a gran voce. “Al rogo!”.

La legna è accatastata nella piazza, con un palo posto al centro. La donna, pallida ma fiera, scivola e cade salendo sulla pira. Le cedono le gambe mentre legano i suoi polsi al palo. Guarda lontano, scrutando fra la folla, cercando qualcosa o qualcuno. I suoi occhi rapaci incontrano quelli della figlia, mimetizzata tra la gente. Occhi disperati, di chi non può più fare niente. Occhi distrutti ma speranzosi di un tardivo ravvedimento, che non giunge. Occhi negli occhi, mentre le torce accendono la legna. Occhi negli occhi, mentre il cuore esplode di dolore. E all’improvviso, tra il silenzio attonito di tutti, un urlo disperato si leva dalla pira. Un urlo che proferisce una frase sibillina, quasi profetica. Un vento improvviso e violento si alza e fomenta il rogo. Le fiamme lambiscono quel corpo ormai esanime e una folata investe la ragazza con l’odore dolciastro di legna bruciata. Un calore improvviso e insopportabile si impadronisce del suo corpo. E’ come se si trovasse su quella pira, lambita dalle fiamme, cremata dal fuoco purificatore. Fuoco nel fuoco, vita nella vita, morte nella morte. Fugge. Si lancia, correndo, su per la montagna. È sola, non ha più nulla. Non ha motivo per vivere, ora. In paese, a casa, non può più tornare, la figlia della strega è condannata a morte.

Angelica si scuote dai pensieri. Il sole fa capolino dalle fronde degli alberi e un raggio la colpisce negli occhi. Quel sole che ha sempre desiderato vedere fino alla fine dei suoi giorni. Ma i giorni non vogliono finire. Ogni notte è seguita da un’alba e ogni giorno è seguito da un tramonto. I suoi occhi hanno visto tutto. La sua mente si è adattata alle novità. Nuovi mondi sono stati scoperti. Molte invenzioni hanno cambiato la vita. Uomini e cose hanno subito trasformazioni. Nuove religioni sono state introdotte, ma nessuna di esse avrà mai Angelica. Ella non ha un Dio. Ella non riconosce alcuna chiesa. Non l’avranno mai, non possiederanno mai la sua anima. Non dopo quello che le hanno fatto.

Si guarda allo specchio. Non una ruga, non un capello bianco, non un segno di cedimento fisico. Ripensa a quelle parole, gridatele da sua madre sulla pira: “Che giammai tu abbia questo in sorte! Lontano da te fugga la morte! Di chi pose fine alla vita mia, non ti piegherai alla tirannia!”. Angelica guarda il calendario, che segna la data del 4 Novembre 2008. Domani sarà il suo compleanno. Il  suo quattrocentoventiduesimo compleanno.

Nov
08

La notizia è sempre d’attualità, purtroppo. Ogni anno in Italia ci sono centinaia di bambine, figlie di immigrati, che sono a rischio di infibulazione e tutto avviene nel più totale silenzio. Occorre essere sempre vigili sul tema dell’infibulazione perché, purtroppo, si tratta di una pratica tutt’altro che estirpata o marginale tra alcune comunità di immigrati presenti in Italia. In particolare preoccupa l’aumento del numero delle bambine infibulate che è possibile riscontrare anche dopo l’entrata in vigore della legge Consolo. Oltre alle leggi sono necessarie azioni forti per contrastare questa pratica tribale e malvagia che non ha niente a che vedere con le religioni ed è legata solo a tradizioni culturali di parte dell’Africa. Non è accettabile che oggi, qui in Italia, venga ancora praticata la mutilazione genitale delle bambine e a volte addirittura consigliata anche da alcuni Imam provenienti da paesi come Somalia ed Egitto, tanto da influenzare comunità di immigrati che mai ne avevano sentito parlare in madre patria. Sarebbe importante cominciare a sensibilizzare l’opinione pubblica avviando una politica di prevenzione.

Ma vediamo in cosa consiste l’infibulazione. Il termine “infibulazione” deriva dal latino “fibula” che significa spilla. Definisce una mutilazione genitale femminile che consiste nella rimozione di parte delle grandi labbra, e cucitura dei lembi rimanenti in modo da lasciare solo un piccolo orifizio per il passaggio dell’urina e della mestruazione. Spesso è praticata in aggiunta ad altri tipi di mutilazione, quali la clitoridectomia (asportazione del clitoride e delle piccole labbra) oppure la escissione o circoncisione femminile (asportazione del clitoride, ritenuta la più “lieve” delle mutilazioni, denominata sunna in lingua araba). Viene eseguita su bambine di età compresa tra i 6 e i 10 anni, ma non sono rari i casi di neonate o adolescenti sottoposte a tale pratica. Più dettagliatamente, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha distinto le mutilazioni in 4 tipi differenti a seconda della gravità per il soggetto: Circoncisione o infibulazione as sunnah: si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche e non comporta quasi nessuna conseguenza (diffusa soprattutto in Ghana). Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra. Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale (molto diffusa in Egitto dove il 96% delle donne ha subito l’infibulazione). La pratica dell’infibulazione faraonica ha lo scopo di conservare e di indicare la verginità al futuro sposo e di rendere la donna una specie di oggetto sessuale incapace di provare piacere nel sesso con il coniuge. Il quarto tipo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili. L’infibulazione, come le altre forme di mutilazione genitale femminile, è diffusa principalmente in Egitto, nell’Africa centrorientale (con la Somalia al primo posto) e subsahariana; tuttavia, si calcola che attualmente vi siano più di 120 milioni di donne infibulate in tutto il mondo, e che ogni anno si registrino 2 milioni di nuovi casi. E’ operata soprattutto in territori a prevalenza islamica e, pur non essendo menzionata nel Corano l’infibulazione e l’escissione del clitoride, alcuni religiosi islamici sostengono che sia prescritta in alcuni hadith (“detti”) del profeta Maometto e pertanto ne sostengono la pratica. Laddove è presente, tale pratica costituisce un rito tradizionale necessario perché la giovane possa trovare marito e dimostrare la propria purezza; radicata in credenze arcaiche, nelle quali confluiscono suggestioni religiose, superstizione e ignoranza (ad esempio, si ritiene il clitoride un elemento dannoso al bambino durante il parto), l’infibulazione di fatto costituisce il modo per annullare il piacere sessuale femminile e “controllare” possibili infedeltà durante il matrimonio. Specialmente nelle aree rurali africane, l’infibulazione è operata perlopiù in precarie condizione igieniche, dalle donne più anziane e senza anestesia; la mutilazione implica oltre a dolore fisico e shock nel momento in cui è praticata, anche conseguenze che perdurano nel tempo. Frequenti sono le infezioni delle vie urinarie e genitali, la formazione di cisti, possibili setticemie, emorragie, frigidità e sterilità. Il momento del matrimonio comporta una nuova lesione del corpo femminile, perché la parte infibulata viene sottoposta a taglio per permettere il rapporto sessuale; al momento del parto, l’apertura tra le labbra infibulate deve essere ulteriormente allargata per consentire la nascita del neonato, dopo la quale la donna deve essere nuovamente infibulata. Ma anche nei paesi occidentali le condizioni igieniche dell’infibulazione non sono molto differenti: infatti, la mutilazione genitale, non essendo in genere accettata dalla cultura ufficiale, finisce per essere eseguita in strutture inadeguate o in clandestinità. Le famiglie immigrate possono addirittura fare ritornare le bambine al paese di origine per sottoporle alla mutilazione. Dai primi anni Novanta del XX secolo è andata crescendo la mobilitazione delle organizzazioni non governative e dell’ONU per il riconoscimento delle mutilazioni genitali quali gravissime violazioni del diritto della persona all’integrità e alla salute. L’Italia è attualmente il paese europeo con il più elevato numero di donne infibulate (sarebbero oltre 20.000 donne adulte immigrate). La recente legge n. 7 del 9/1/2006 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile” dichiara reato ogni “lesione o mutilazione genitale femminile, provocata in assenza di esigenze terapeutiche, al fine di condizionamento sessuale”, punibile con detenzione da 6 a 12 anni. La legge intende attuare i principi della Dichiarazione e del Programma di azione adottati nella IV Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne, che ebbe luogo a Pechino nel 1995.

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Nov
05

Maria Paola Sacchetti (Mappi per gli amici) è un’insegnante di lingua e cultura italiana per stranieri presso una scuola privata fiorentina.

Ha un blog su splinder, che porta il suo nome e nel quale raccoglie tutti gli errori, piccoli e grandi, commessi dai suoi studenti.

Errori che sono fonte di divertimento sia per lei che per gli studenti i quali hanno scoperto che, divertendosi, imparano meglio.

Su sollecitazione di amici e colleghi, ha raccolto tutti i divertenti errori in cui incappano gli studenti.

Li ha raccolti in questo libro.

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Forse noi diamo per scontato che l’italiano sia una lingua facile. Una lingua in cui le parole sono scritte come si leggono. Non ci soffermiamo neppure un attimo a pensare che, invece, è piena di parole con doppi significati – spesso in contrasto tra loro – o che il semplice cambio di una vocale o di una consonante può stravolgere il senso di un’intera frase.

E allora questo libro serve per capire quante volte – per chi non sia italiano – sia difficile capire i vari significati delle parole e a diventare un po’ più tolleranti verso chi – con tutto l’impegno possibile – cerchi di avvicinarsi alla nostra lingua e alla nostra cultura.

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Nov
03

jaguar-valigiaAprì gli occhi con grande fatica. Le doleva la testa e si sentiva le ossa rotte. Richiuse gli occhi. In lontananza, come in un sogno, sentiva una voce che ripeteva meccanicamente la solita frase. Riconobbe un altoparlante e la voce dell’addetta del centro commerciale che avvisava la clientela dell’avvenuta apertura.

Riaprì gli occhi e si guardò lentamente intorno, per capire dove fosse. Riconobbe il parcheggio sotterraneo del centro ove, solitamente, lasciava l’auto per recarsi presso alcuni uffici situati in centro città.

Era un posto molto comodo e, pur essendo a pagamento, consentiva la sosta gratuita per novanta minuti, tempo più che sufficiente per effettuare le piccole commissioni che la sua attività lavorativa richiedeva di tanto in tanto.

Provò a muovere le gambe indolenzite, allungò le braccia e si fece forza, puntandosi dapprima sul gomito destro e poi sulla mano sinistra per cercare di alzarsi. Le girava la testa, ma riuscì a rimanere seduta, puntellandosi su entrambe le mani. Si guardò gli abiti che erano tutti impolverati. I collant si erano smagliati in più punti ed un vasto lembo di polpaccio usciva da un vistoso buco. Aveva perduto una scarpa, che giaceva abbandonata a circa un metro di distanza.

La sua auto era lì, abbastanza vicino a lei. Pian piano cercò di alzarsi in piedi, sfidando i ripetuti capogiri. Azionò il telecomando della chiusura centralizzata, aprì la portiera dalla parte della guida e si accomodò sul sedile, con le gambe fuori dalla macchina. Le farfalline luminescenti, che le erano comparse davanti agli occhi, sparirono lentamente e cominciò a fare il punto della situazione. Non riusciva a ricordare il motivo della sua caduta in terra, uno svenimento? Negli ultimi tempi soffriva spesso di capogiri. I problemi di pressione bassa – di cui aveva sempre sofferto – la stavano tormentando più del solito. Eppure non era mai svenuta, forse perché aveva sempre qualcosa – una sedia, un mobile, la scrivania dell’ufficio – a cui appoggiarsi per riprendersi velocemente e senza danni. Ora non ricordava nulla, solo di essere scesa nel parcheggio sotterraneo con la valigetta in mano e poi… la valigetta! D’un tratto ricordò la sua ventiquattrore, compagna fidata delle sue spedizioni professionali. Fu presa dall’ansia e lo sguardo corse a dove, fino a poco prima, era sdraiata a terra. Era lì, infatti, vicina alla scarpa abbandonata, a qualche decina di centimetri dall’autovettura, ed era aperta! Un brivido di puro terrore la fece alzare di scatto dal sedile per correre a raccogliere la valigetta e verificarne il contenuto. Tutti i fogli e gli oggetti che vi erano contenuti, le chiavi dell’ufficio, il cellulare aziendale, le penne, a causa dell’urto erano stati scagliati nei dintorni della valigetta. Ma il pacchetto della banca, quello che conteneva i soldi del prelevamento, era sparito! Si guardò intorno, ora in preda al panico assoluto, ma non riuscì a scorgere traccia dell’involto. Ed ora? Accidenti, diecimila euro prelevati per conto dell’azienda per cui lavorava erano spariti!

Era la prima volta che, appena uscita dalla banca con i soldi, non si recava direttamente in ufficio. Quel giorno aveva anche un paio di commissioni da svolgere ed entrambi gli uffici in cui doveva recarsi aprivano ben più tardi della banca. Sarebbe stato stupido fare il percorso al contrario, lasciando l’istituto di credito per ultimo, un’autentica perdita di tempo prezioso. Però era stato rischioso andarsene in giro con tutti quei soldi nella borsa, alla mercé di qualsiasi malintenzionato. Certo, diecimila euro non erano una cifra enorme, ma era pur sempre pari a più di sei mesi di stipendio! E poi, sarebbe stato difficile dimostrare l’accaduto. Quante volte aveva sentito storie di impiegati che simulavano rapine o incidenti ed invece si erano intascati loro stessi i soldi, fingendo di essere le vittime di qualche delinquente? E la sua, di storia, era davvero assurda sia da raccontare che da credere. “Sono svenuta ed ho perso i soldi”…. Dubitava fortemente che non sarebbe sorto alcun sospetto nei suoi interlocutori.

All’improvviso un dubbio l’assalì….e se non fosse stato uno svenimento ma fosse stata colpita da qualcuno che sapeva e che l’aveva pedinata? Sentiva, infatti, un forte dolore alla testa; aveva pensato alla conseguenza della caduta ma avrebbe potuto essere stato provocato anche da un oggetto contundente o da un pugno. E chi avrebbe potuto fare tutto questo? Qualcuno che l’aveva vista prelevare il contante in banca? Un ladro, a cui un impiegato della banca avesse rivelato il prelevamento effettuato? Oppure un collega spione, complice di qualche rapinatore?

Era sempre più agitata, si sentiva il cuore in gola e la mente offuscata da tutti questi pensieri, dalla mancanza di certezze su come si fossero svolti i fatti. Eppure non aveva visto nessuno nel parcheggio, né si era accorta di essere pedinata. Men che meno di avere qualcuno alle spalle pronto a colpirla e a fuggire con il denaro….

Nella totale confusione in cui era precipitata, non capiva se fosse meglio telefonare direttamente ai carabinieri o alla polizia, da quella postazione, oppure se avvisare la ditta dell’accaduto e fare la denuncia in seguito. Era però sicura che, oltre a prendersi un rimprovero dai suoi superiori, sicuramente le avrebbero trattenuto la somma dagli stipendi; la storia appariva troppo inverosimile.

In tutti i casi, doveva telefonare a qualcuno, non poteva mettersi in macchina ed andarsene così come se nulla fosse. Ma, nel sotterraneo, il cellulare non aveva segnale; doveva risalire in superficie e provare dall’esterno del centro commerciale.

Raccolse frettolosamente tutto il materiale sparso sul pavimento e lo ripose nella valigetta, che sistemò sul sedile dell’automobile. Poi, zoppicando, si avvicinò alla scarpa perduta e se la infilò al piede. Con le mani ed una salviettina umida tascabile, riuscì a pulirsi approssimativamente gli abiti, ma restavano quelle calze così disastrate… Si ricordò, all’improvviso, che teneva sempre – per precauzione – un paio di collant nuovi di scorta in macchina. Erano infilati nella tasca laterale dello sportello a lato guida, l’unico posto libero in cui potessero stare. Lentamente, con passo malfermo, girò intorno all’automobile, fino ad arrivare alla portiera anteriore destra. L’aprì e lo sguardo scese in basso, a cercare la bustina con le calze. Con la coda dell’occhio, all’improvviso, vide un angolino di plastica nera fuoriuscire dal telaio dell’auto. Lo guardò con attenzione, sembrava la stessa plastica utilizzata dalla banca per i sacchettini in cui infilava i soldi prelevati dai clienti. Con un improvviso batticuore, si chinò velocemente per afferrarlo, implorando a bassa voce “Ti prego, fa’ che sia lei!”. Pollice ed indice strinsero quel triangolino e lo tirarono verso l’alto mentre, con il fiato sospeso, gli occhi si fissarono su di esso, nella speranza che corrispondesse a quello che si aspettava. C’erano il nome ed il logo della banca, sull’involto che aveva tra le mani, e all’interno si sentiva la mazzetta di denaro. Si mise quasi a gridare per la gioia e per il sollievo, i soldi erano sempre stati lì! Erano stati sbalzati fuori dalla valigetta, nella caduta, ed erano stati proiettati sul pavimento sottostante la vettura.

Chiuse velocemente lo sportello dell’auto, mise il sacchettino all’interno della valigetta, che spostò sul sedile a lato, salì velocemente in auto e partì senza esitazioni per dirigersi in ufficio, ringraziando ancora il cielo per aver ritrovato tutto.

Non fece ulteriori fermate. Non ce ne sarebbero state mai più.

Nov
02

Sono trascorsi quarantuno anni dalla tragica alluvione che colpì il Biellese il 2 Novembre del 1968.

La zona maggiormente colpita fu la mia terra d’origine, la Vallestrona, dove – a causa dell’intensa pioggia caduta e delle frane provocate - i paesi furono devastati e sommersi dalla furia delle acque e del fango.

Centinaia di case e di fabbriche distrutte, numerose decine di morti. Devastazione, dolore e morte colpirono molte famiglie. Diversi furono gli operai sorpresi mentre si trovavano al lavoro nelle fabbriche; rimasero intrappolati nei “saloni” e furono spazzati via, insieme ai macchinari.

Corpi ed oggetti furono trascinati, dalla furia delle acque, a vari chilometri di distanza; spole provenienti dalle fabbriche di Vallemosso furono trovate nei dintorni di Vercelli, a circa 50 chilometri dal luogo d’origine.

Molte fabbriche dovettero chiudere in quanto distrutte; si dovette ricorrere alla cassa integrazione per migliaia di persone.

Ma, grazie allo spirito combattivo degli abitanti della zona e alla loro abnegazione, in pochi mesi fu tutto ricostruito e, pian piano, la vita riprese il normale corso.

L’alluvione del 1968 ha segnato una svolta importante nella vita di chi scrive. Non aveva ancora compiuto due anni, mancava meno di un mese a quella tappa. Eppure fu proprio in quella data, a causa di quella tragedia di proporzioni enormi, che la sua vita ebbe un’importante svolta dalla quale dipese buona parte degli avvenimenti successivi e la formazione del suo carattere. Questo è il motivo per cui ricorda con così tanta intensità quel drammatico evento. Così come in tutti i suoi conterranei, è sempre vivido il  ricordo di quel tragico giorno e delle vittime che vi persero la vita, perlopiù operai impegnati a svolgere il proprio dovere con la dedizione tipica dei Biellesi e in particolar modo degli abitanti della Vallestrona e delle zone limitrofe.

Per non dimenticare

 

Per chi ha più tempo da dedicare……..

Per chi, poi, voglia anche documentarsi in modo più approfondito su quali furono le cause che portarono a questa tragedia, nonché a come avvennero i fatti, più dettagliatamente, può fare riferimento a questa pagina.

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Ott
29

Il libro è un piccolo trattato che spiega l’etimologia e il significato odierno dell’espressione casalinga di Voghera.

Tale modo di dire  venne già utilizzato - tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, in alternativa alle espressioni  ”l’onesta gallina della letteratura popolare”, e “Carolina di servizio” – dai detrattori della scrittrice vogherese di romanzi popolari Carolina Maria Margarita Invernizio. Ci fu anche una rivendicazione da parte dello scrittore vogherese Alberto Arbasino, che dichiarò di aver utilizzato tale modo di dire in alcuni suoi articoli di critica letteraria pubblicati su L’Espresso, facendo riferimento alle sue zie di Voghera. Ma possiamo attribuirne la “nascita ufficiale”, agli anni sessanta, in seguito all’incremento della diffusione della televisione. A quel tempo, non essendoci ancora le rilevazioni dell’auditel, la Rai affidava a diversi gruppi di ascolto la recensione scritta di varie trasmissioni. Uno di questi gruppi era formato da casalinghe di Voghera.
Pare che – a firma di una rappresentante di questo gruppo di ascolto – giunse in Rai una lettera (la cui lettura in diretta avvenne ad opera di Beniamino Placido) che si rivolgeva direttamente ai dirigenti della televisione di stato accusandoli di utilizzare, in molte trasmissioni, termini troppo difficili da capire e sollecitava un linguaggio meno “fumoso” e più comprensibile.

Di qui la famosa espressione che sottintende che se un dato argomento è comprensibile per la casalinga di Voghera, allora è comprensibile per chiunque.
In pratica, la casalinga di Voghera viene assunta quale simbolo della persona (rigorosamente donna) di basso livello di istruzione e che svolge un lavoro molto semplice. Se non è una definizione negativa, poco ci manca.

Ma i tempi sono cambiati e anche la casalinga (di Voghera) si è evoluta. Rivendicando il proprio status di donne colte ed evolute, alcune casalinghe di Voghera hanno formato addirittura un’associazione. Che, con il tempo, è diventata molto famosa e richiesta in varie trasmissioni televisive.

Ormai la casalinga di Voghera “tradizionale” non esiste più. O meglio, esiste ma senza più possedere le limitazioni imposte allorquando fu coniata l’espressione.
Potrebbe non essere essenzialmente una casalinga, ma addirittura essere una manager.
Potrebbe non possedere più un basso livello di istruzione, ma addirittura essere laureata e specializzata.
Potrebbe non essere soltanto circoscritta a Voghera, ma vivere in qualsiasi posto del mondo.
Insomma, una casalinga di Voghera decisamente evoluta e cosmopolita.

Il libro ha una destinazione benefica. L’intero ricavato dalla vendita del medesimo verrà interamente devoluto all’Associazione Umanista UnAltroMondo ONLUS per sostenere la lotta contro la pratica dell’infibulazione.

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Ott
27

2006-03---Second-Ring-Road---niklausberger-796645

Il taxi viaggiava silenziosamente nella notte. Ogni tanto l’autista le lanciava un’occhiata furtiva, dallo specchietto retrovisore. Seduta sul sedile posteriore,  lasciava vagare la mente, seguendo una moltitudine di pensieri. Poi, l’attenzione si soffermò su sua madre; la vedeva, sola e stanca, seduta in quella poltrona, la fodera lisa, come ogni giorno degli ultimi tempi; avrebbe sicuramente guardato fuori dalla finestra, in attesa di qualcuno che non sarebbe più tornato. Sarebbe rimasta lì fino a quando la badante non l’avesse chiamata per mangiare; allora si sarebbe alzata piano, appoggiandosi al bastone e, trascinando un po’ i piedi, avrebbe raggiunto la sala da pranzo. Avrebbe inghiottito qualcosa, niente che assomigliasse ad un pasto normale, e poi sarebbe tornata alla sua poltrona, per rimanerci fino alla prossima chiamata – per la tavola o per il letto – lo sguardo ostinatamente rivolto alla strada. Le sarebbe piaciuto chiamarla. Anche solo per dirle che stava bene, che tutto era sotto controllo. Per farle sapere di essere ancora viva, per darle motivo di non sentirsi sola. Da quando era avvenuta la tragedia, si erano sentite poche volte. Sua madre era precipitata in una profonda depressione, dalla quale faticava ad emergere;  aveva chiuso ogni porta, anche quella verso di lei, trincerandosi nella propria solitudine, chiudendosi dentro al guscio della sofferenza. Ma, ora come ora, chiamarla sarebbe stata una tremenda imprudenza. L’amo, che aveva lanciato con il prelievo all’automatico, sarebbe stato inutile. Doveva pazientare; le avrebbe telefonato non appena si fosse trovata in un posto sicuro, ed avrebbe utilizzato un telefono pubblico, in modo che lui non sarebbe riuscito a rintracciarla. Distolse quindi la mente da quei pensieri e lanciò lo sguardo fuori dal finestrino, ad ammirare la città immersa nella notte, misteriosa ed attraente.

L’auto procedeva ad alta velocità; sentivano di averla quasi in pugno, non poteva essere andata così lontano. Erano stati così terribilmente stupidi a non prevedere la sua fuga, eppure avrebbero dovuto conoscerla, avrebbero dovuto aspettarsi una mossa a sorpresa da parte sua. I precedenti erano sempre stati a suo favore, non era una sprovveduta.  Ma ora sarebbero riusciti a prenderla e l’avrebbero finalmente consegnata a “lui”. Avrebbero colmato quella lacuna, quell’errore commesso durante lo svolgimento del compito che era stato loro affidato. Una piccola distrazione, insomma, ma che stava per portare alla rovina lui e, di conseguenza, loro stessi. Guardavano fuori dai finestrini – uno a destra e l’altro a sinistra – rastrellando le vie con gli occhi, pronti a fare un cenno all’autista non appena l’avessero scorta. All’improvviso il telefono squillò. Il più alto rispose “Sì? ”; all’altro capo una voce cupa, con fare rabbioso rispose “E’ dalla parte opposta della città, idioti. Cercate di muovervi ”. Fecero segno all’autista di fare inversione e tornarono indietro, a tutta velocità. Non si accorsero, durante la manovra, di essere seguiti da un taxi che – invece – proseguì dritto per la propria strada, dalla parte opposta alla loro. Verso l’altro capo della città.